Quando un museo decide di diventare più interattivo, spesso la richiesta arriva già formulata: «ci serve uno schermo touch». È un buon punto di partenza, ma conviene fare un passo indietro. L’interattività si può portare in sala per strade molto diverse, e lo schermo touch è solo una di queste. Prima di scegliere l’oggetto bisogna capire che cosa deve fare il visitatore, in quale spazio e dentro quale allestimento. Questa guida mette in fila le possibilità e il modo di ragionare, che si tratti di un singolo totem o di un intero allestimento multimediale, ed è scritta anche per chi non si è mai occupato di tecnologia.
Due strade: il dispositivo in mano o l’installazione in sala
La prima scelta riguarda il luogo in cui avviene l’interazione.
Con i dispositivi portatili l’esperienza passa attraverso uno smartphone o un tablet. Può essere il telefono del visitatore, con cui si inquadra un QR code e si apre una web app senza installare nulla, oppure un tablet che il museo presta all’ingresso: il MUSE di Trento, per esempio, all’apertura proponeva percorsi guidati su iPad Mini. Il contenuto accompagna la persona per tutta la visita, nella sua lingua, e chi usa un lettore di schermo o i caratteri ingranditi ritrova sul proprio telefono gli strumenti a cui è abituato. I limiti sono altrettanto concreti: non tutti hanno uno smartphone o vogliono usarlo in sala, negli edifici storici la connessione a volte manca, e i tablet del museo vanno caricati, distribuiti, puliti e ritirati.

Il telefono del visitatore: l’app di Open Tale© ad Asti fa scegliere come vivere la visita (audiodescrizioni, LIS, comunicazione aumentativa, audioguida) e riconosce i luoghi con il GPS.
Con le installazioni in sala l’interattività sta in un punto preciso del percorso: uno schermo, una proiezione, una vetrina. L’esperienza diventa condivisa, si vede da lontano, fa parte dell’allestimento e non dipende dal telefono di nessuno. In cambio un’installazione occupa spazio, ha bisogno di corrente, rete e manutenzione, e va progettata insieme alla sala.
Le due strade non si escludono. Molti musei le usano entrambe, e spesso il risultato migliore nasce proprio dal collegarle, come si vedrà nel caso di Iride.
Gli schermi touch: totem, tavoli e wall
Dire «schermo touch» è un po’ come dire «automobile»: dentro c’è una famiglia di soluzioni diverse, che spesso si progettano su misura per lo spazio che le ospita.
Il totem
Il totem multimediale è un singolo schermo, di solito verticale o inclinato, montato su una base. Si usa da vicino, da una persona o da due, ed è adatto a consultare schede, mappe e approfondimenti. Al Museo Teatrale alla Scala di Milano c’è un totem touch in ogni sala: riproduce la stanza in cui ci si trova, pareti e vetrine comprese, e toccando un oggetto se ne legge la descrizione completa. Con questo sistema il museo ha sostituito le didascalie accanto ai pezzi.

Totem touch al Taka Museum della Bangladesh Bank, a Dacca. Foto: Jaman Md, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Il tavolo interattivo
Il tavolo è uno schermo orizzontale attorno a cui si raccoglie un gruppo: una famiglia, una classe, amici che esplorano insieme. Proprio per questo deve riconoscere molti tocchi nello stesso momento. Alcuni modelli riconoscono anche oggetti appoggiati sulla superficie, che diventano parte del gioco o del racconto.

Un tavolo touch con una mappa storica interattiva. Foto: Andy Powell (ritagliata), Wikimedia Commons, CC BY 2.0.
Il wall
Quando più schermi si uniscono su una parete si parla di wall, o videowall. Con i pannelli LCD le giunture tra uno schermo e l’altro restano visibili, anche se oggi sono sottili. Con i moduli LED la superficie è continua e segue la forma della parete, ma da vicino si distinguono i singoli punti luminosi: per un’installazione da toccare serve quindi un passo molto fitto tra i LED, che è anche la voce che pesa di più sul prezzo. Un touch wall si usa in piedi, da più persone insieme, e si vede dall’altra parte della sala. È il formato adatto quando si vuole mostrare una collezione intera e invitare il pubblico ad avvicinarsi.

Il touch wall Iride al MuNDA dell’Aquila: cinque schermi uniti su una parete.
Cosa c’è dentro
Non tutti i touch funzionano allo stesso modo. Il touch capacitivo proiettato è quello dei telefoni: superficie piana, risposta precisa, nessun disturbo dalla luce. Sulle superfici grandi e sui wall si usano spesso le cornici a infrarossi, che rilevano il dito quando interrompe una griglia di raggi invisibili: funzionano bene con la luce controllata, ma il sole diretto può confonderle e il bordo in rilievo trattiene la polvere. Esistono anche sistemi senza contatto, che rispondono ai gesti o allo sguardo: il MUSE ha scelto un totem che si comanda con il movimento degli occhi.
Lo schermo conta quanto il touch. I monitor professionali sono costruiti per restare accesi molte ore al giorno, sono più luminosi e hanno garanzie che coprono l’uso in luoghi pubblici; un televisore domestico non nasce per questo, e spesso la sua garanzia esclude l’uso professionale. Anche il mobile fa parte del progetto: deve proteggere i componenti, garantire la ventilazione, chiudersi a chiave e aprirsi con facilità quando serve un intervento.
Oltre lo schermo touch
Proiezioni, statiche e interattive
Una proiezione può essere statica, come un video su una parete o un videomapping che segue la forma di un’architettura o di un oggetto. Oppure può essere interattiva: telecamere di profondità o sensori LiDAR rilevano i movimenti delle persone, e l’immagine proiettata sul pavimento o sulla parete reagisce ai loro passi e ai loro gesti. Le proiezioni coprono superfici grandi e sono la base delle sale immersive; al MuNDA dell’Aquila una sala immersiva racconta la storia e l’architettura del Castello. Richiedono ambienti in penombra, e la luce del proiettore non deve finire sulle opere più delicate.

Castello di Falaise, in Normandia: le proiezioni sulle pareti raccontano gli abitanti del castello. Foto: Brady Brenot, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Ologrammi
Quelli che nei musei si chiamano ologrammi sono quasi sempre illusioni ottiche. La più diffusa è il Pepper’s ghost, un effetto teatrale dell’Ottocento: un’immagine nascosta si riflette su una lastra trasparente inclinata e sembra fluttuare nello spazio. Rende bene in vetrine e piccoli teatri, con luce controllata e un punto di vista preciso. Le ventole olografiche fanno girare a grande velocità bracci di LED e creano un’immagine sospesa nell’aria: colpiscono, ma la risoluzione è bassa, le pale in movimento vanno protette con una teca e da vicino, o sotto una luce forte, l’effetto si perde. Ci sono poi le vetrine con display trasparente, dove testi e immagini compaiono sul vetro davanti all’oggetto vero.

Roubaix, Manufacture des Flandres: sopra il tavolo interattivo con la mappa dei siti industriali della città, una vetrina olografica mostra gli edifici. Foto: Sebastien Dumetz, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
Realtà aumentata e virtuale
La realtà aumentata sovrappone contenuti digitali a ciò che si inquadra con il telefono o il tablet, e quindi appartiene alla strada dei dispositivi portatili. La realtà virtuale porta il visitatore dentro un ambiente ricostruito, con un visore: di solito richiede una postazione dedicata e qualcuno che assista chi la prova.

Realtà aumentata lungo un sentiero: un fiore in 3D compare sullo schermo con la sua scheda, nell’app Riserve AR.
Come si sceglie
La soluzione dipende dal museo, dalla sala e dal pubblico, e per questo le installazioni interattive si valutano quasi sempre su misura, dopo un sopralluogo. Il ragionamento tocca cinque aspetti.
Gli obiettivi. Che cosa deve fare il visitatore: leggere un approfondimento, scegliere tra molte opere, giocare, lasciarsi avvolgere da un racconto? Da solo o in gruppo, per qualche secondo o per dieci minuti? Una scheda da consultare porta verso il totem o il telefono, una collezione da esplorare insieme verso un tavolo o un wall, un racconto collettivo verso una proiezione.
Lo spazio. Contano le dimensioni della sala, la distanza da cui si guarda, il passaggio dei gruppi e il posto davanti all’installazione per chi si ferma. E poi la luce: finestre, riflessi, faretti. Uno schermo davanti a una finestra si legge male, una proiezione in una sala luminosa quasi sparisce.
L’ambiente. Calore, polvere, umidità e soprattutto la vicinanza alle opere: schermi e proiettori emettono luce e calore, e accanto a materiali delicati la loro posizione si decide con i conservatori. Negli edifici storici pesano anche i vincoli su pareti, cavi e prese, e la copertura della rete.
L’integrazione con l’allestimento. L’installazione deve sembrare parte della sala, non un apparecchio appoggiato lì. Al MUSE il totem è stato personalizzato anche nell’hardware per entrare nella struttura di legno e vetro voluta da Renzo Piano. Servono inoltre spazio per la ventilazione e un accesso comodo per la manutenzione.
I contenuti e la loro vita. Un’installazione senza contenuti è una scatola vuota. Chi scrive le schede, chi fornisce immagini e diritti, in quante lingue, chi aggiornerà tutto fra due anni? Un gestionale con cui il personale lavora in autonomia fa la differenza tra un sistema che resta vivo e uno che invecchia insieme ai suoi testi.
Dal progetto al capitolato
Il capitolato traduce queste scelte in requisiti. Per uno schermo touch vanno indicati numero e misura degli schermi, risoluzione, tecnologia touch e numero di tocchi contemporanei, luminosità, ore di funzionamento al giorno, mobile o struttura di sostegno. Poi vanno definiti i contenuti (chi li produce e chi li inserisce) e il gestionale, da vedere in una demo prima di scegliere. Per l’accessibilità i riferimenti sono le WCAG 2.1 di livello AA per il software e la norma europea EN 301 549, che riguarda anche i terminali usati dal pubblico in autonomia; la web app di un ente pubblico richiede in più la dichiarazione di accessibilità prevista da AgID. Chiudono l’elenco garanzia, tempi di intervento, formazione del personale e una clausola su ciò che accade a fine contratto: il museo deve poter riavere i propri contenuti in un formato aperto.
Per servizi e forniture sotto i 140.000 euro il Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 36/2023, art. 50, comma 1, lettera b) consente l’affidamento diretto, anche senza consultare più operatori, a un fornitore con «documentate esperienze pregresse idonee». Oltre quella cifra, e fino alla soglia europea, serve una procedura negoziata con almeno cinque operatori. In pratica l’acquisto passa spesso dal MePA con una trattativa diretta, e vale il principio di rotazione (art. 49), che di norma esclude due affidamenti consecutivi dello stesso settore allo stesso fornitore. Le esperienze pregresse si verificano: installazioni già realizzate, con il nome dell’ente, e articoli o pagine istituzionali che le raccontano. Se l’acquisto è finanziato da un bando o da un cofinanziamento, il capitolato deve rispettarne anche le regole.
Un esempio: Iride al MuNDA dell’Aquila
Il 20 dicembre 2025 il MuNDA – Museo Nazionale d’Abruzzo è tornato nel Castello cinquecentesco dell’Aquila, sedici anni dopo il terremoto del 2009. Al primo piano, tra le opere della collezione permanente, c’è Iride, un touch wall: cinque schermi touch Full HD uniti in una superficie lunga 3,5 metri e alta 1,2.

Iride mette insieme le due strade di cui abbiamo parlato. Sul wall il visitatore trova tutte le opere della collezione: ne sceglie una, legge la scheda, vede dove si trova nel museo e quali opere le sono legate dalle «trame» narrative. Lo schermo è diviso in postazioni colorate, così più persone possono usarlo nello stesso momento, ognuna con la sua lista. Chi salva le opere preferite genera un QR code, lo inquadra con il telefono e ritrova la sua selezione in una web app, da riprendere con calma anche dopo la visita.

Il progetto è un’idea della direttrice Federica Zalabra, che cercava un sistema per «educare con divertimento». Frame Multimedia Solutions ha curato il branding, la progettazione UX/UI, l’applicazione del wall, la web app e il gestionale con cui lo staff del museo aggiorna le opere senza interventi esterni. Gli schermi, come indica la targa accanto all’installazione, sono stati cofinanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila. Ne hanno scritto Il Trafiletto, Il Giornale d’Abruzzo e Artribune, e il museo presenta Iride nella sua pagina ufficiale.
World on Wall©
Iride è realizzato con World on Wall©, il format di Frame per i grandi schermi multitouch: un mosaico interattivo che presenta l’offerta culturale di un ente (opere, luoghi, percorsi, corsi universitari o servizi) e che si adatta ogni volta allo spazio e ai contenuti. Il format ha anche una pagina dedicata. Se state valutando un’installazione interattiva o scrivendo un capitolato, scriveteci.
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